…ma non è ancora finita. Perché il mistero attorno all’insperato successo de La vita è meravigliosa ha radici, se possibile, ancora più profonde.
«Pensavo» ha sempre sostenuto Frank «che […] fosse il più bel film che avessi mai fatto», giudizio oggi – solo oggi – condiviso da critici e cineasti…
…tra i quali, però, c’è chi fa notare che «il più bel film» Frank lo ha realizzato quando era appena tornato dalla guerra. Solo allora è riuscito ad esprimere il grande annuncio per cui, da sempre, cercava le parole.
Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor (1941), infatti, il Maggiore Frank Capra fu uno dei cinque registi (assieme a William Wyler, John Ford, John Huston e George Stevens) che Hollywood prestò al governo e all’esercito degli Stati Uniti perché filmassero la guerra sul campo, allo scopo di sostenere lo sforzo americano contro Hitler e contro il Giappone.

Partiti con l’incarico di fare propaganda, se ne tornarono con filmati e, soprattutto, con volti che dicevano quanto il mero pubblicizzare una causa non li interessasse più: quanto avevano visto era troppo drammatico per accontentarsi di consegnare ai posteri un banale spot. Nessuno dei cinque tornò a casa com’era; Frank, in particolare, non era più la stessa persona.
Eppure, fu proprio in concomitanza col suo ritorno dal fronte che Frank mise in scena l’entusiasta ritorno alla realtà di George Bailey: un ritorno molto diverso da quello del veterano Harry Bailey, suo fratello. Al contrario di George, Harry gode di fortuna e successo continui, cosa che George non può certo dire di sé. Ma è tramite George, non Harry, che il veterano Frank descrive il proprio rientro: un rientro dalle fiamme, non dalle medaglie. È tra le fiamme che La vita è meravigliosa ha visto la luce.

Cosa mai è successo al Maggiore (poi Colonnello) Capra nei suoi quattro anni al fronte? Com’è possibile che, appena uscito dall’esperienza bellica, Frank abbia buttato «dentro La vita è meravigliosa tutto ciò che ero, tutto ciò che sapevo. Fu un orgasmo [sic] continuo di quattro mesi»? Com’è possibile che di sé e del “compagno d’armi” William Wyler, unitosi a lui nell’avventura della neonata casa di produzione Liberty Films, Frank abbia detto: «Due ex colonnelli […] erano tornati a dimostrare a quelli che erano rimasti a casa [a Hollywood] come si facevano i film»? Quale linfa vitale aveva trovato, proprio durante la guerra, la sua arte?

Dice la sua autobiografia: «Le catastrofiche conseguenze della guerra […] alimentavano rodenti dubbi dentro l’essere umano: “Perché? Perché? Perché?” […]. “Perché” cominciavano a dire i galoppini del Grande Fratello nei film e nei libri, “perché tu, piccolo uomo, non puoi fare nulla […]. Non c’è Dio, non c’è libertà, non c’è democrazia. […] Vieni dal Grande Fratello. Lui ti nutrirà, ti proteggerà e ti darà pace”. […] No. I miei film sonderanno il cuore non con la logica, ma con la compassione […]. E ricorderò al piccolo uomo che la sua missione sulla terra è maturare spiritualmente, che consegnare il suo spirito libero al campo di concentramento del Grande Fratello è un passo indietro verso la giungla».
Qualcosa della compassione cui Frank si riferisce, del fatto che, per lui, l’esistenza è, in ultima analisi, adeguatamente comprensibile e affrontabile non tramite spiegazioni, ma tramite l’“illogico” mistero dell’amicizia («Nessun uomo che abbia un amico è povero») e dell’amore («I miei film» scrive «devono far sapere ad ogni uomo, donna e bambino che Dio li ama e che io li amo»), traspare dalle sue memorie di guerra. Si può leggere di episodi di imprevista consonanza umana con altri ufficiali dell’esercito, o della (inattesa?) gratitudine da loro mostratagli (forse) per qualcosa di più del suo mero servizio documentario; cose che potrebbero avergli trasmesso la consapevolezza che non c’era guerra né Grande Fratello in grado di costringere il piccolo Frank Capra.
Ma si tratta di indizi: per capire davvero quanto accaduto, occorrerebbe un’approfondita ricerca.

A sollevare domande c’è anche la determinazione con cui Frank e «Willie» (Wyler), in una Hollywood per loro irriconoscibile dopo soli quattro anni di assenza, aprirono la Liberty Films: installatisi in un bungalow al centro dei grandi RKO Studios, lavoravano circondati dai sogghigni dei grandi produttori, per i quali i “colonnelli” «spaccati come la loro campana, avrebbero fallito alla grande».

La campana spaccata cui si allude è quella del logo qui sopra – significativo abbinamento di festoso annuncio e indelebili ferite –; proprio quando tutto – guerra e traumatico rientro – remava contro, Frank si è messo a suonare una campana di liberazione. Doveva averne buon motivo se i rintocchi di quella campagna, nonostante lo sbeffeggiato fallimento (economico) si sia poi verificato davvero, proprio per via del flop de La vita è meravigliosa, oggi continuano ad essere udibili e uditi all’inizio e alla fine del suo film.

Deve pur aver vissuto qualcosa, Frank; qualcosa che ha reso possibile il vigore e la chiarezza con cui ne La vita è meravigliosa ha formulato il suo giudizio, con un’efficacia che ha conquistato, malgrado tutto, numerosi spettatori. Quanto afferma, Frank deve averlo testato personalmente, nel corso di un’esistenza che non gli ha elargito sconti.
Si potrebbe proseguire a lungo, mettendo in evidenza che, tra l’altro, tanto il contenuto de La vita è meravigliosa quanto le riflessioni di Frank esprimono con chiarezza che a fare l’uomo sono i suoi amici, che sono loro a smentire il suo fallimento o l’orrore della sua esistenza; il che non è così scontato nella terra dell’American Dream, la cui formula più comune pone l’accento sul successo e sul talento individuali. Per Frank, George Bailey, non altri (si tenga conto del paragone con Harry), è il vero americano. E c’è chi interpreta il ritorno di Frank dalla guerra, di cui George è una veste, come la sua seconda migrazione, più profonda e più autentica, in terra d’America.
Molto può essere ancora tirato fuori dal suo film.

Chi scrive è del parere che La vita è meravigliosa possa guadagnarsi una risonanza specifica proprio oggi, nel tempo e nei luoghi in cui viviamo. Se è possibile che Frank, nel riformulare l’American Dream, abbia nuotato controcorrente, di sicuro ha marciato in direzione opposta rispetto alla modalità con cui l’uomo contemporaneo è solito cercare il «bentornato» (o «benvenuto») tanto atteso: vale a dire in uno schieramento, in una corrente di pensiero, che dia voce alla stringente urgenza di sentirsi amati e valorizzati; in un gruppo che ci faccia sentire abbracciati come una sua parte, promettendoci (o almeno sembra) la considerazione che rivendichiamo, il nostro giusto posto nel mondo, dove non sentirsi più inascoltati, trascurati, dimenticati, messi da parte, giudicati. Ma non è lì che Frank va a cercar sé stesso: anche lui aveva posizioni politiche, perciò, probabilmente, aveva il suo metro di lettura della società e della storia. Ma non è lì che si gioca la partita della vita, la possibilità di non sentirsi niente e nessuno: al cuore della rivoluzione di Frank c’è l’a-tu-per-tu con la realtà stessa, dove la presenza del singolo non solo non è impedita, ma è perfino attesa.

Se questo è vero, Frank non ha solo realizzato un autentico film natalizio, in cui il Natale è il giorno in cui festeggiare la propria nascita, la propria venuta (o ritorno) al mondo; né ci ha offerto un’opera degna di applausi, quale che sia il periodo dell’anno; ma potrebbe averci dato, se solo fosse ancora qui tra noi, una valida ragione per abbracciarlo, lui in quanto tale. E non è cosa che riesca a molti artisti.
Attenzione, Frank potrebbe aver scoperto un gran segreto. Anche quest’anno, non fatevi scappare il suo film. Non perdete mai d’occhio il Colonnello Francesco Rosario Capra.

Articolo a cura di Marco Maderna

<Torna alla seconda parte

2 Commenti

  1. Raffaele Ch.

    Era ora che uno studioso raccontasse il vero Frank Capra (non quello “addomesticato” dalla tanta pubblicistica anche e soprattutto accademica che ne ha travisato completamente gli intenti). A questo punto è il caso che Marco Maderna scriva lui un libro sul regista.

    Buon Natale a tutti!

    Rispondi
  2. Anonimo

    Se la guerra ha reso migliore un uomo (Capra)… potrebbe farlo anche una pandemia…?

    Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Share This