E qui, il segreto del successo de La vita è meravigliosa non fa che diventare più affascinante.

Strano ma vero, la sua uscita nelle sale, nel 1946, fu un vero fiasco. Pubblico e critica lo amarono poco. Il New Yorker lo definì «tanto lezioso da sconfinare nel bamboleggiamento infantile»: le ragioni che Frank aveva di gridare «La vita è meravigliosa!» erano, in parole povere, una sfacciata presa in giro. Allo stesso tempo, però, c’era chi registrava nel pubblico americano del dopoguerra una tale ricerca di mero disimpegno, che una storia di crisi esistenziale non poteva che risultare troppo tormentosa per essere, in quel preciso frangente, accettata. Troppo paradisiaco per gli uni, troppo infernale per gli altri. In effetti, il National Review lo aveva segnalato che si trattava di un itinerario dantesco: meta celeste, ma previo transito dagli inferi.

Come ha fatto allora La vita è meravigliosa a farsi strada fino ai giorni nostri? Dove ha trovato il suo pubblico?
È successo che, un giorno, Frank (Capra) si vide recapitare un pacco di 1500 lettere dal carcere di San Quentin: i detenuti lo ringraziavano del suo film. Negli anni a venire, la casella postale di Frank continuò a ricevere messaggi. Frank, pare, s’impegnò a rispondere a tutti singolarmente.
Le cronache riportano anche di un giudice, che, negli anni Ottanta, nel condannare un uomo reo di aver ucciso la moglie, nonché autore di un tentato suicidio, incluse nella sentenza l’obbligo di guardare La vita è meravigliosa. Obiettivo del giudice era aiutare il condannato a riscoprire il valore della vita.
A quanto pare, Frank sapeva che ad identificarsi con George Bailey non sarebbero stati né gli spensierati, né i fuggiaschi, ma coloro che hanno sperimentato il fallimento, che hanno ingoiato amare delusioni, che hanno sbattuto il naso contro la realtà con violenza: «Non mi servivano […] ovazioni o denigrazioni questa volta» racconta nella sua autobiografia. «Era il film per la mia gente, il film che avevo voluto fare da quando avevo posato per la prima volta l’occhio contro il mirino della macchina da presa in una palestra ebrea di San Francisco».

Dunque La vita è meravigliosa era il film che Frank cercava da sempre. E da sempre desiderava che il suo pubblico, la «sua gente», fossero gli sconfitti: «Un film per dire ai depressi, agli sconfortati, ai disillusi, ai barboni, ai poveracci, alle prostitute; a quelli che stavano dietro le sbarre di una prigione o oltre la cortina di ferro che nessun uomo è un fallito! Per dimostrare a chi è nato con difetti fisici o mentali, a quelle vecchie sorelle condannate allo zitellaggio e a quei vecchi figli condannati a rimanere senza istruzione, che la vita di ogni uomo confina con la vita di molti altri. E se quell’uomo non ci fosse creerebbe un vuoto terribile. Un film che diceva ai diseredati, agli spiantati, ai poveri: “Su la testa, amico! Nessun uomo che abbia un amico è povero. Se ne ha tre, è ricco sfondato”. Un film che esprimesse un amore profondo per i senza tetto e i senza amore, per lei che ha una croce pesante da portare, per lui che vede trasformarsi in cenere tutto ciò che tocca; per le Maddalene lapidate dagli ipocriti e per i Lazzari afflitti a cui solo i cani vanno a leccare le ferite. […] volevo gridare: “Voi siete il sale della terra […]”».

É tra queste persone che Frank ha cercato (e trovato) il suo pubblico. Ciascuno di noi può valutare se fa parte o no della «sua gente», di coloro che, a quanto pare, sono i “colpevoli” della longevità del suo film, della sua annuale ricorrenza del suo film nel nostro calendario personale.

Articolo a cura di Marco Maderna

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