Capitolo 4

Daniel

Alla fine, l’opera di Ken Loach, così come l’abbiamo descritta finora, sta tutta nel conflitto, più o meno latente, tra vicende personali che ambiscono a farsi storie nel vero senso del termine, cioè linee tese ad una precisa meta, e la loro tendenza a restare intrappolate in cicli senza approdo. Trovare il proprio nome e il proprio volto coincide col trovare la propria storia.

Se la massima espressione di una vita che ha ritrovato una meta ha il sapore della fedele e solenne milizia dell’uomo irlandese (vedi capitolo precedente), del suo vivere per dare la vita, la quintessenza dei tanti e vari circoli viziosi in cui si può restare intrappolati appare invece in un film come Io, Daniel Blake (2016).

Qui, il circolo è dovuto all’assurdo cui possono arrivare la burocrazia e le labirintiche procedure cui i moderni apparati talvolta obbligano i loro cittadini, fino ad impedire, di fatto, l’accesso a determinate assistenze o servizi. Il malcapitato Daniel Blake del titolo si trova intrappolato in spirali di questo tipo: «Senza il Modulo A non puoi accedere alla Procedura B, ma senza la Procedura B non c’è modo di ottenere il Modulo A». Daniel vive in una condizione per la quale non c’è né soluzione né appello, per il semplice fatto che gli arzigogolati congegni dell’ente pubblico non la contemplano tra le loro casistiche. È una vita, la sua, per sua stessa natura estromessa dal sistema, perciò lasciata per strada, abbandonata a sé stessa, ridotta a scarto.
Quel «Io, Daniel Blake» che il protagonista aspira a tornare a pronunciare, quel desiderio di affermare la propria insopprimibile dignità, non potrebbe avere avversario più infido: uno che giunge a non accorgersi neanche della sua presenza. Quel «Io» non potrebbe subire negazione peggiore.

Arrivati a questo punto, tuttavia, bisogna ammettere che la filmografia di Ken, come già in altri casi, si complica: nella storia del cinema, la storia intesa come linea diretta ad un orizzonte è stata allentata o alterata nella sua struttura diverse volte, ben prima che cominciasse a farlo Ken.
In effetti, Ken è figlio di una lunga e serpentesca linea che dagli anni Quaranta del neorealismo italiano (si vedano le analogie tra Ken e Vittorio De Sica, al capitolo 2) attraversa le cosiddette “Nuove Ondate” degli anni Cinquanta e Sessanta. La più celebre di queste Ondate – che possono essere paragonate alle avanguardie artistiche – è la Nouvelle Vague francese, cui appartiene il già ricordato François Truffaut (vedi sempre capitolo 2).

Si tratta però di un fenomeno transnazionale: diversi Paesi europei ospitano ciascuno la propria Onda, in un variegato intrecciarsi di ispirazioni e rimandi cui, in Europa e non solo, ciascun cineasta dell’epoca può attingere a piene mani. Lo stesso Regno Unito in cui vive Ken ha recepito l’Onda e ne ha offerto la sua versione, quella che abbiamo chiamato British New Wave (vedi capitolo 1), che è solo uno dei ben quattro nomi assegnati agli anni Cinquanta del cinema britannico.

Perché tutto questo complica la decifrazione delle opere di Ken? Perché per molti cavalcatori dell’Onda, la decostruzione narrativa, nelle sue varie forme, è il distintivo non di una storia perduta, di un volto negato. Anzi: è un segno di ritrovata autenticità, fuori alle prospettive univoche – e in definitiva alienanti – offerte dalla narrativa lineare. La non-linearità non è il marchio dell’intrappolamento, ma della liberazione. È il linguaggio della contestazione, in antitesi a quello del potere. O perlomeno, vista la varietà di risultati cui porta questa destrutturazione generalizzata interna al cinema europeo, sarebbe più corretto dire che nella non-linearità smarrimento (anticamera della schiavitù) e libertà vivono mescolati l’uno all’altra. Non è da escludere che questo valga anche per le destrutturazioni operate da Ken, che verrebbero così ad acquisire un certo grado di ambivalenza.

Ken, infatti, ha trovato materia per le sue storie e per la loro messinscena in Onde molto diverse tra loro, per esempio nella Novà Vlna della Cecoslovacchia, nello specifico ne Gli amori di una bionda di Miloš Forman (1965) e in Treni strettamente sorvegliati di Jiří Menzel (1966).

In questi due film, la non-linearità esprime una vita senza direzione o qualcosa d’altro? I loro esperimenti di scomposizione si compiacciono di essere alternativi ai racconti del Potere, o questa alternativa non è poi così appagante, cioè i loro protagonisti meriterebbero in effetti di trovare una strada da percorrere? Questo vagare ed indugiare senza obiettivo specifico è il preludio del Potere o dell’anti-Potere? O è qualcos’altro ancora? Bisogna ammettere che non è facile venirne a capo: anche perché, spesso, nelle Nuove Ondate la decostruzione è tale da lasciare discorsi non conclusivi, lasciati in sospeso, o che non offrono un’interpretazione univoca. Né i film di Ken né i due cecoslovacchi sono d’un avanguardismo così estremo, anzi; ma entrambi condividono coi loro parenti più alternativi la comune volontà di vivere il cinema come mezzo di contrasto al Potere. Perciò, quando Ken scardina la linearità dei suoi racconti, sta alludendo, come parrebbe di solito, ad un’incipiente sconfitta del suo protagonista, alla vittoria di qualche potere su di lui, o questo Potere se lo sta scrollando di dosso?

Sorry We Missed You, il film che avevamo in calendario questo mese, dallo schema narrativo analogo a quello di Io, Daniel Blake, sarebbe stata una buona occasione per dirimere la questione assieme a voi. Per capire quale paradigma di vita, in ultima analisi, Ken ci propone.
Perché alla fin fine, guardare un film, identificarsi in una storia, serve a questo: a riflettere sulla vita che si sta vivendo e ad individuare un possibile modello da imitare. Questo è il contributo che abbiamo cercato di dare in queste ultime settimane, con le nostre rubriche, nel mezzo di questo turbolento 2020.
E vogliamo darne ancora.

Rubrica a cura di Marco Maderna

<Leggi il capitolo precedente

1 commento

  1. Raffaele Ch.

    …”e vogliamo darne ancora”.

    Speriamo di sì, speriamo ancora di leggere di cinema attraverso la firma di Marco. Un autore ostico come Loach scandagliato con la solita profondità.

    Bravo! E grazie…

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