Capitolo 4

L’Inizio

2020. Chi vincerà la guerra, la guerra che Woody ha ingaggiato per conquistare il proprio volto?

Abbiamo iniziato dal 1979. Siamo andati a ritroso fino al 1911; anzi, più indietro ancora, all’Ottocento, quando di Woody Allen, su questa terra, non c’era ancora traccia. Quando vi ha fatto ingresso, sulla terra, si è unito al novero degli amanti che tessono inni alla bellezza perduta. Per lui, in ultima analisi, coltivare la bellezza significa farne il contenuto della relazione tra persone, farla collimare con dei tratti umani. E, così facendo, scoprire anche i propri, di tratti. Tutto si può chiedere a Woody, meno che di rinunciare a scolpire, infaticabile, le facce che cerca, prima fra tutte la propria. Meglio esser nemici dell’intero mondo del cinema, che nemici della propria faccia: rinunciarvi sarebbe una menzogna, uno spergiuro. Non vederla mai nascere, un’autentica tragedia.

Nel 1977, Woody apriva il film Io e Annie affermando: «Non vorrei mai appartenere ad un club che accettasse uno come me come quale suo membro». Dolente ironia, per un programma chiaro e radicale: in questa storia vi racconto come, nella mia vita con Annie, ho cercato (e forse ho fallito?) il vero Me. Mi conviene trovarlo, altrimenti resterò insopportabile a me stesso.

È guerra senza tregua, quella tra il nascere il non nascere, tra l’esserci e il non-esserci: complice il suo ebraismo (vedi capitolo precedente), Woody è infatti abituato a credere che vi siano molte ragioni per ritenere sconsigliabile, se non impossibile, il venire al mondo: troppe minacce, troppi anfratti inospitali. La realtà è un luogo inabitabile: chi mai potrebbe attraversarla a sguardo eretto? Con lei non c’è alleanza possibile, anzi: è un pericolo da evitare. Ma la pena che si paga a non entrar nel gioco, è restare dei Nessuno. Ed è una partita sempre aperta.

Così aperta, che non tutte le storie di Woody sono commedie: né nel comune senso di storie dal registro umoristico, né nel senso dantesco di storia destinata ad un approdo positivo (previo transito dall’inferno: anche la commedia è drammatica, sempre). Alcuni suoi film, infatti, raccontano casi di venute al mondo mancate: sono perciò, a rigore, delle tragedie. Woody non si è mai tirato indietro dal contemplare la possibilità – possibilità reale – del tragico: ha fatto sua la drastica alternativa racchiusa nella celebre formula «Essere o non essere», insuperato vertice della drammaturgia di ogni tempo. In effetti, quel vertice è la stoffa profonda di qualunque narrazione. Ogni storia è sempre due storie assieme: la prima racconta come il protagonista persegue un dato obiettivo, la seconda svela come, nel perseguirlo, cresce interiormente, imparando qualcosa di nuovo di sé, cioè accedendo ad un livello superiore di autocoscienza. Oppure, la seconda storia può svelare come il protagonista NON cresce, qualora manchi all’appuntamento con Sé.

Tale è l’eterna verità dello scontro Io-Nessuno, che Woody vi riconosce il tessuto della vita di ogni giorno: ne La dea dell’amore (1995), la storia di Lenny, in cerca della madre naturale del suo figlio adottivo, viene intervallata – e perciò paragonata – alle vicende della tragedia antica, evocate da un coro all’interno di un millenario teatro greco.

«Non andare oltre!» gli raccomanda il coro, mentre Lenny/Woody non solo incontra, ma stringe amicizia con la madre di suo figlio, la sconcertante Linda Ash, prostituta e attrice porno. L’«oltre» cui il coro si riferisce è l’intenzione di Lenny di aiutare Linda a non sprecarsi nello squallore e a costruirsi una vita vera. «Questa è hybris!» lo ammoniscono i coreuti, secondo l’antico precetto greco che impone di non travalicare i limiti imposti dagli dei alle umane ambizioni: chi osa desiderare troppo, ne paga il prezzo.

Ma Lenny/Woody, stavolta, si rifiuta di fare la parte del pavido ebreo, che alla vita non si azzarda a chiedere più di tanto: sospetta – e ci azzecca – che perfino una misera prostituta come Linda (la «potente Afrodite» spiritosamente evocata dal titolo originale del film) porti in sé qualcosa di autenticamente divino: una vera dea dell’amore. L’esile e insicuro Woody, che, fin dai tempi di Provaci ancora, Sam! (1972), rimpiange di non essere come l’eroico Humphrey Bogart, stavolta sfida gli dei: vuole raggiungere nientemeno che la divinità stessa.

Attenzione, perché a Woody non piacciono le sicurezze: non per davvero. Da un lato, c’è del vero in chi sostiene che non faccia altro che realizzare lo stesso film da quasi cinquant’anni, cosa quasi certamente dovuta al suo cronico sprofondare in complessi e fobie senza sbocco apparente. Dall’altro, non sembra che Woody trascorra la vita a leccarsi le ferite: i suoi complessi, li porta con sé in mare aperto. E chi sceglie il mare aperto, non potrebbe mai fare – non li fa – film tutti uguali: le sponde cui si approda sono tante. Attenzione, perché Woody è imprevedibile. L’esito dei suoi film, anche.
Le sue storie e le sue inquadrature parlano un linguaggio per metà umano e per metà ultraterreno, che si addicono più che ad una persona ferma al palo, ma a qualcuno in viaggio per una destinazione lontana. E per Woody, il 2020 è solo l’inizio.

E lo è anche per noi. Noi, che, questo dicembre, avremmo voluto guardare il suo ultimo film, Un giorno di pioggia a New York, assieme a voi. Noi che abbiamo appena scoperto che, invece, ci tocca restare chiusi, di nuovo. Noi che questi quattro capitoli li avevamo pensati apposta in vista della riapertura della nostra sala. Forse un giorno ce la faremo, a vedere il film assieme.
In ogni caso, siccome a suggerirci di scriverli sono stati proprio i burrascosi tempi in cui ci troviamo, che ci obbligano a inventare modi sempre nuovi per raggiungervi e raccontarvi quel che facciamo nel nostro cinema, siamo pronti al mare aperto pure noi. Non sarà certo un momento come questo a farci smettere di escogitare nuovi stratagemmi.
Questo è solo l’inizio.

Rubrica a cura di Marco Maderna

<Leggi il capitolo precedente

5 Commenti

  1. Anonimo

    “Io e Annie””… È vero, dietro una battuta brillante si può nascondere un dramma profondo e, se ho capito bene, Woody Allen usa l’umorismo per parlarcene…

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    • Pietro

      Significativa per il momento che stiamo passando questa ultima parte:
      “Dall’altro, non sembra che Woody trascorra la vita a leccarsi le ferite: i suoi complessi, li porta con sé in mare aperto. E chi sceglie il mare aperto, non potrebbe mai fare – non li fa – film tutti uguali: le sponde cui si approda sono tante. Attenzione, perché Woody è imprevedibile. L’esito dei suoi film, anche.”

      Allora siamo pronti ad accettare la sfida del “mare aperto” come reazione per uscire da questa situazione?
      Grazie Marco

      Rispondi
  2. Pietro

    Significativa per il momento che stiamo passando questa ultima parte:
    “Dall’altro, non sembra che Woody trascorra la vita a leccarsi le ferite: i suoi complessi, li porta con sé in mare aperto. E chi sceglie il mare aperto, non potrebbe mai fare – non li fa – film tutti uguali: le sponde cui si approda sono tante. Attenzione, perché Woody è imprevedibile. L’esito dei suoi film, anche.”

    Allora siamo pronti ad accettare la sfida del “mare aperto” come reazione per uscire da questa situazione?
    Grazie Marco

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  3. Raffaele Ch

    Davvero molto belli questi affondi in quattro tappe su alcuni grandi temi o filoni.

    Questo in particolare andrebbe fatto leggere allo stesso Woody Allen: imporrerebbe qualcosa su di sè…

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    • Marco Maderna

      Terrò a mente il consiglio…dovesse mai capitare l’incredibile occasione…!

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