Capitolo 3

Damien e Teddy

Era una verde valle, e il vento che soffiava sulla radura ondulava i campi d’orzo. È con questa immagine che, un giorno di metà Ottocento, Robert Dwyer Joyce inizia a comporre i versi e la musica della sua storia d’amore. Anzi, di due amori: quello per una donna e quello per una terra in attesa di liberazione. Una terra che molte volte, nei secoli, ha chiamato alle armi il suo popolo.

Popolo che, a giudicare dai canti che ha scritto, da sempre vive la propria vita come inesausta lotta, come una militanza frutto di una fedeltà instancabile, al capitano o alla donna. I quali, a volte, si contendono la devozione del loro servitore e cavaliere. È un popolo perdutamente innamorato, ricolmo di nostalgia, in comunione, ad un tempo, col paesaggio, con l’altro, con le profondità di sé; e per queste tre cose è pronto a gettarsi nella lotta, a non dare niente meno che tutto di sé.
Tanto da affascinare anche un discendente del suo grande avversario: il popolo è quello irlandese, cui l’inglese Ken Loach si è dedicato più volte, specialmente ne Il vento che accarezza l’erba (2006), il cui titolo è tale quale quello del brano di Robert Dwyer (Il vento che scuote l’orzo sarebbe la traduzione letterale).

Qui, Ken segue una strada diversa da quella di erede dei “giovani arrabbiati”, come lo abbiamo descritto nei capitoli precedenti: non solo non si parla più di Regno Unito, né, di conseguenza, di protagonisti in cerca di un posto nella grande comunità di quest’ultimo; ma neanche della sospirata unità tra le due metà della sua nazione, talvolta sotto forma di love stories tra persone di opposti gruppi.
Cambiata la nazione, cambiato il genere: ci troviamo nei territori del crime, anche se di un tipo tutto particolare, dato che i “criminali”, in questo caso, sono ribelli politici. Il conflitto tra gruppi che non potrebbe essere più acre, mentre amore e i legami personali paiono destinati a cedere il passo alla causa nazionale: non la chiave per il successo di quest’ultima, ma un ostacolo.

Di conseguenza, i volti di Damien e Teddy O’Donovan, due fratelli in guerra per l’indipendenza irlandese (1919-21), sono molto diversi da quelli ritratti da Ken in tutti i film citati finora. Uniti nella lotta contro il dominatore inglese, si scoprono divisi nei successivi anni della guerra civile (1922-3): l’uno, Teddy, soddisfatto del cambio di bandiera (dalla Union Jack al tricolore irlandese), l’altro, Damien, convinto che l’aver espulso gli inglesi non servirà a nulla se non si sottraggono loro il controllo dell’economia e la proprietà della terra. Tale è la fedeltà che Damien sente di dovere alla sua causa, da trovarsi obbligato a far guerra a suo fratello.

A cosa dobbiamo questo completo ribaltamento di prospettiva?
Al fatto che il cinema di Ken oscilla sempre tra il racconto di inattesi incontri tra le parti (come in My Name is Joe) e la militanza politica. In effetti, Damien O’Donovan dà voce alla posizione marxista o socialista, cui Ken aderisce da sempre: la logica della lotta di classe, col suo binomio oppressi-oppressori, si alterna a quello che in altri film, forse inconsciamente, sembra un tentativo di aggirare lo scontro tra schieramenti, di non farne un passaggio obbligato verso l’approdo alla comunità tanto attesa. Probabilmente, Ken non accetterebbe mai che si dica questo dei suoi film: eppure, anche ne Il vento che accarezza l’erba, si nota un’adesione al marxismo tutt’altro che incondizionata.
Molto più che nei suoi film di ambientazione britannica, Ken incornicia i volti di Damien e Teddy entro il più ampio cerchio di una comunità di appartenenza – è un ritratto collettivo, che di rado cede alle inquadrature magniloquenti tipiche dell’epica: l’occhio di Ken si posa sempre sulle facce –: ma la compagnia dei combattenti per la causa è seconda ad una trama di rapporti che preesistono e che non seguono gli spartiacque tracciati dalla politica: là dove questa separa, quella si mette di traverso.

Ed è un dilemma, per Ken, tutt’altro che risolto. Sembra di veder tornare, sottotraccia, le sue tipiche strutture circolari, le stesse dei film inglesi: il circolo (auto)distruttivo degli uomini senza storia, che nello sforzo di dare alla propria vita orizzonte e scopo, sprofondano in una spirale di scelte o comportamenti che non li libera, ma li schiavizza di più. Anche la logica dello schieramento politico può farsi complice di questa trappola: un giorno ti scontri col dominatore straniero, ma il giorno dopo ti scontri col tuo alleato, quello dopo ancora col tuo alleato contro gli alleati. Con la stessa passione con cui si lanciano in combattimento (un altro esempio è Terra e libertà, sui guerriglieri rossi della guerra civile spagnola), i rivali si scambiano rancorose accuse, si giurano odio eterno. Ciclicamente.

E dove c’è circolarità, abbiam detto, non c’è vera storia: anche la Grande Storia può condannarsi a restare un’immensa non-Storia, fintanto che non trova le note del vero inno alla libertà, la vera sorgente della fratellanza.
Tutto quello che Ken sa è che ricerca del proprio volto e ricerca della comunità cui appartenere, non possono che procedere di pari passo.
«Isolati, si muore»: è quanto sostiene Jimmy Gralton, protagonista di Jimmy’s Hall (2014), altra visita di Ken al popolo d’Irlanda, nonché altro ritratto corale.

Anche Jimmy è un marxista, ma la hall che porta il suo nome è qualcosa di molto diverso da un’incubatrice di combattenti proletari: è una sala dove si balla, si canta, si legge, si studia, si vive assieme. Non a tutti piace la sua hall: ma la lotta di Jimmy per impedirne la chiusura non punta (non solo) alla cacciata dell’oppressore, ma a far vedere a tutti il beneficio che il suo capanno in mezzo alla campagna sta già portando a molti.

Jimmy riesce nell’impresa di accendere un focolare attorno a cui far radunare un piccolo popolo: ecco che la militanza (che in Jimmy’s Hall, comunque, è presente) torna a cedere il passo ad un’altra logica, quella sottesa a certi film inglesi di Ken, vale a dire il (per lo più tacito) desiderio di ritrovare la comunione perduta. Niente a che vedere, per Ken, con la comunione ecclesiastica: ma si tratta, in ogni caso, di trovare una bellezza capace di far convergere su di sé lo sguardo dei molti.

Volto perduto, giovinezza perduta, comunione perduta: sono tutte facce dello stesso elemento, di cui la macchina da presa di Ken è in caccia perenne, da sempre. Se c’è un marchio di fabbrica, nei suoi film, se nella sua lunga esperienza ha mai raggiunto dei vertici espressivi, è nell’aver raffigurato quella triade di comunione con l’ambiente intorno, con l’altro e con la profondità di sé di cui abbiam parlato all’inizio. E che dev’essere, più che l’affinità politica, ciò che ha reso possibile lo strano incontro dell’inglese Ken con la terra d’Irlanda. Del resto, il cinema se la cava molto meglio con questa triplice sinfonia, piuttosto che coi proclami e i manifesti.

E il nemico della sinfonia è sempre uno: che tornino le insidiose trappole della separazione, che la Storia ritrovata (personale e collettiva) torni a farsi non-Storia; che l’orizzonte (individuale e comune) riaperto torni a rotolare giù per un pendio fatto di perpetui e reciproci danni senza sbocco. Sono tante, le insidie. Tra le peggiori, ci sono quelle, studiate con attenzione, negli ultimi film, incluso Sorry We Missed You.
Esiste un modo per non perdere l’orizzonte riconquistato?

Rubrica a cura di Marco Maderna

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1 commento

  1. Rosanna Frati

    Grazie!
    Ho visto diversi film di Ken Loach ambientati in Inghilterra, la sua Irlanda mi mancava
    Rimedierò

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