Capitolo 3

Nelle segrete stanze

All’inizio c’erano le grandi esposizioni e i parchi giochi, il circo e gli spettacoli di varietà, attrazioni di ogni tipo. Tra quelle, avevano appena fatto capolino nuovi apparecchi – ultima magia della tecnologia di fine Ottocento – per la riproduzione di fotografie in movimento. Di questo però, il giovanissimo Charles non si interessava ancora.

Fin da bambino, nato in una poverissima e fragilissima famiglia inglese, recitava a teatro. Anche il circo faceva parte del suo mondo. Nel 1910, la sua compagnia salpò per un tour nei locali nordamericani di vaudeville, il nome francese con cui, negli Stati Uniti, si indicava lo spettacolo di varietà.
È nel dicembre 1913, quando Hollywood è ancora sul nascere (vedi rubrica su Woody Allen) che Charles, ormai ventiquattrenne, giunge a Los Angeles e fa conoscenza con quello strano arnese che è la macchina da presa. E nel febbraio 1914, nel secondo film di cui è interprete, decide di improvvisare. Si infila dentro un costume di sua invenzione: «Volevo fosse tutto una contraddizione: i pantaloni rigonfi, la giacca stretta, il cappello piccolo e le scarpe larghe… Ho aggiunto un paio di baffetti […]. Non avevo alcuna idea del personaggio. Ma nel momento in cui ero vestito, gli abiti e il trucco mi hanno fatto sentire la persona che era. Ho cominciato a conoscerlo. Il tempo di entrare in scena, ed era già alla luce».

E così, in quel 1914, il pubblico del cortometraggio Kid Auto Races at Venice si vede scrutare attraverso l’obiettivo da un viandante chiaramente fuori luogo, la testa altrove, il portamento maldestramente signorile e l’eleganza davvero goffa. Un buffo individuo che guarda alla macchina da presa ora contrariato, ora come per attirarne l’attenzione, ora con curiosità, ora con sospetto. Chiunque sia questa strana creatura e cosa ci faccia lì, una sola cosa è certa: è venuta a cambiare e sovvertire.

Di lui, Federico Fellini ha detto che è stato «una sorta di Adamo, da cui tutti discendiamo». C’è senz’altro del vero, tante e tali sono le ramificazioni dell’influsso da lui esercitato sulla storia del cinema non solo americano, ma mondiale. Il clown, di cui il vagabondo chapliniano, memore del passato circense, è una rivisitazione, è un archetipo che non abbandonerà mai più le storie proiettate sugli schermi, pur appartenendo neanche ai primordi, ma alla preistoria della settima arte: vale a dire quelle forme di spettacolo popolare di fine Ottocento tra le quali il cinema fa capolino per ultimo.
Tutto questo Joker, l’ultimo clown in ordine di tempo, lo sa fin troppo bene. Sa perfettamente che quanto Fellini dice dell’importanza di Chaplin è vero. Se Chaplin è una sorta di Adamo, Joker è non un Nuovo Adamo (no di certo), ma la sua antitesi. Se il vagabondo Charlot, film dopo film, si fa portatore di una Buona Novella – tale è il senso della sua sovversione –, nella quale Chaplin, a modo suo, racchiude il suo fascino sia per l’uomo dei Vangeli sia per le promesse del socialismo, Joker fa il deliberato opposto.
Tant’è che, in una scena, Arthur Fleck – nome all’anagrafe di Joker – si trova in una sala in cui si proietta, non a caso, Tempi moderni di Chaplin: faccia a faccia con Charlot. Ma non si tratta dell’inizio di un proficuo incontro: sono entrambi due sovversivi “scarti” della società, ma le strade che percorrono sono molto diverse.

Il primo, Chaplin, ha raccontato molte volte di come la miseria e la poca destrezza del suo Charlot finiscono, quasi per distrazione, per plasmare l’ambiente attorno a sé, per effondere un profumo di vita nuovo: in fin dei conti, ogni sciagura è una risorsa, ogni scompiglio una possibilità da sfruttare.
Il 1928, tra i periodi più difficili di una vita da sempre intrisa di drammi, è proprio l’anno in cui Chaplin realizza uno dei suoi film migliori: ne Il circo il suo vagabondo diventa, per puro caso, una star capace di rivoluzionare un circo in rovina. È quanto accaduto allo stesso Chaplin, che, in verità, se si osservano con attenzione i simboli disseminati nella messinscena, più che del grande tendone circolare, sta parlando degli schermi in sala: o, meglio ancora, della stagione di passaggio, suo e dell’intero showbusiness, dal grande protagonista dell’epoca pre-cinematografica (il circo), al suo nuovo concorrente, il cinema.

I racconti delle peripezie di Charlot sono il risultato di un’esistenza, quella di Chaplin, che dev’essere stata a sua volta un pellegrinaggio all’insegna della continua sorpresa. E in cui, forse, la più grande sorpresa è stata scoprire sé stesso, il modo in cui, senza saperlo, anche la persona più piccola, piccola com’era il malcapitato Chaplin, è fatta per lasciare un segno nelle vite attorno a sé. Il significato ultimo del Clown chapliniano, nel suo abbinamento di commedia e tragedia, di catastrofi combinate con innocente sbadataggine, è la sua forza redentrice: per questo Chaplin non se lo lascia alle spalle, ma porta il Clown con sé a Hollywood, iniettandolo per sempre nel sangue dei cineasti a venire.

Ma Joker discute il destino redentore di ciascuna persona, vale a dire lo spirito, corroborato dall’arrivo di Chaplin, che il cinema (soprattutto americano) ha fatto suo fin dai primordi.
In effetti, proprio negli anni di Charlot, qualcosa agisce nell’ombra. Nel 1932, quattro anni dopo Il circo, esce un altro film, ambientato anch’esso sotto il tendone: Freaks, diretto da un nome caduto in oblio, Tod Browning. Tali, infatti, furono lo choc e il raccapriccio suscitati dalla sua opera, che questa rimase, di fatto, nascosta al mondo fino ad oggi, senza essere mai ripristinata del tutto (vi sono parti tagliate tuttora perdute).

Cosa aveva di tanto orribile il film di Browning? Freaks raccontava l’altra faccia del mondo pre-cinematografico di Chaplin: i freaks, altrimenti noti come “fenomeni da baraccone”, erano esseri umani disabili e deformi, usati come attrazione per suscitar scalpore nel pubblico. Non che Hollywood, pur nel complessivo ottimismo di allora, non avesse mai raccontato i conti sempre aperti col dolore e col male; e non si può neanche sostenere che la sua attitudine ad allestire mondi ideali fosse immune a ripetuti bagni di realtà (lo stesso Chaplin aveva già obbligato la città dei sogni a far visita al dramma della vita sul campo); tuttavia, i freaks del film di Browning non si accontentano di obbligare i “normali” ad accorgersi di loro e della loro sofferenza… ma pianificano un’atroce vendetta in cui un uomo viene ucciso e la sua amante, una crudele trapezista, viene orrendamente mutilata (ebbene sì) e trasformata lei stessa in un freak.

Joker affonda le proprie radici non solo, come detto, nella Nuova Hollywood (vedi capitoli precedenti), ma riassume in sé l’intera storia del cinema, fin dalle sue origini, nel segno di Freaks. Cioè nel segno di quel tragico lato, tornato allo scoperto solo negli anni Settanta, secondo il quale esistono persone che un destino redentore non ce l’hanno. A costoro non resta che riconoscere il proprio status di figli del Male.
È una partita da sempre aperta, quella tra gli Charlot e i freaks, tanto che, proprio a margine di quei Settanta così spesso richiamati da Joker, c’è chi decide di tornare a mettere piede nelle stanze in cui un tempo vivevano le deformi creature: si tratta del celebre film The Elephant Man.

Pur non narrando di freaks alla (macabra) riscossa, The Elephant Man riporta alla luce quel punto di non ritorno che, nel bene e nel male, è stato il film di Tod Browning. Tutto questo lo fa nel 1980.
Joker è ambientato nel 1981: ancora una volta, si pone in diretta continuità con una lunga tradizione, in questo caso con una storia antica quanto gli albori del cinema stesso, per avvertire tutti che i freaks sono tornati. E non hanno buoni propositi.
Joker racchiude in sé il volto del clown chapliniano, già di per sé ricco di sfumature drammatiche, con l’amarissimo rancore (perciò la potenziale malvagità) del freak: certe vituperate esistenze, afferma Joker, non hanno la fortuna di Charlot. La loro goffa deformità non rappresenta affatto un’opportunità benefica. Non comporta alcuna riqualifica. Anzi.

Ma così come la narrativa chapliniana è il risultato artistico di un tessuto di fatti ed esperienze vissute, così le ragioni della longevità dell’archetipo Clown, ben più antico del cinema, forse va cercato nella sua efficace sintesi di una condizione tipicamente umana: bambino e adulto assieme, festoso ma imbranato, perciò allegro e malinconico, carico di un (mal)celato dramma interiore, il clown è una persona piena di volontà di affermare la vita e di affermarsi in essa, ma condannata a non esserne mai all’altezza. I suoi tentativi appaiono sempre maldestri, poiché la vita obbliga ad una continua lotta, per la quale, come si suol dire, nessuno nasce imparato. In questo, siamo tutti clown.
Tale è la tristezza che certi clown si portano dentro che, a volte, i loro perenni sorrisi appaiono fin troppo smaglianti: sono stiracchiati, hanno un che di posticcio. Sono volti che divertono e spaventano allo stesso tempo. Un’ombra, forse un incubo, forse perfino un mostro, si cela dietro quelle labbra distese.

Joker è un’inesorabile marcia verso l’incontro con questo antico mostro: basta con questa ostinata esibizione di sorrisi, è ora di fare i conti con l’altra faccia della vita, lì dove alberga una tristezza che arriva ad essere spaventosa.
Passo dopo passo, Joker ci fa strisciare nelle segrete stanze del mostro: lo fa riempiendo lo schermo di violenti contrasti di luce ed ombra, di luci lampeggiati, di insolite tinte colorate, di inquadrature che avanzano caute per stretti vicoli e lunghi corridoi, che valicano quinte e porte. Ogni sequenza sembra l’accesso ad una stanza più profonda. Alla sinfonia di immagini, si associa il crescendo della colonna sonora, che arriva a farsi ineluttabile e grave come le celebri note della quinta di Beethoven. Non c’è scampo, prima o poi il temuto Joker verrà alla luce. E darà battaglia.
Pronti?

Rubrica a cura di Marco Maderna

Leggi il capitolo successivo>

<Leggi il capitolo precedente

3 Commenti

  1. Raffaele C.

    Ma dove lo tenevate nascosto questo Marco Maderna? È bravissimo…

    Rispondi
  2. Anonimo

    “Due sovversivi scarti della società “…davvero inaspettato questo confronto…questa comunanza pur nella diversità ….
    E poi quel…”ogni sciagura una risorsa”..chi l’avrebbe mai scovato in Chaplin…?
    Grande Marco Maderna….

    Rispondi
  3. Pietro

    Interessante questo confronto tra Joker e Charlot che mi ha
    ulteriormente fatto comprendere quanto è ricco di riferimenti questo film.
    Joker riassume la storia del cinema, di personaggi privi di un destino di redenzione.
    Charlot è la sua antitesi, è la sua forza redentrice che lo salva.
    Evocativa la scena finale di “Tempi Moderni “.
    Resta da chiederci: quale dei due ci coinvolge maggiormente e perché?

    Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Share This