Capitolo 2

L’uomo autentico

«Io ti conosco, perché ho scritto su di te due volte: sei stata l’oscuro oggetto del desiderio di due dei miei libri. […] Io ti conosco a menadito, è magnifico».
«No, non ti illudere. Non mi hai affatto inventato».
«Ti dico che qualunque irrequietezza tu abbia sperimentato, qualunque bizzarria o imprevedibilità ti abbia fatto spezzare il cuore […] è acqua passata da stasera».
«Ma dove la prendi tanta sicurezza? […]»
«[…] Io ti ho creato due volte nei miei romanzi con l’immaginazione. Ti ho descritto anche prima di sapere che esistessi. E un giorno ho saputo che ti avrei incontrato».
«Beh… a che cosa sto pensando?»
«Stai pensando: “Vorrei che questo la facesse finita e mi baciasse” […] Solo, perché dovrei baciarti qui quando casa tua è a due isolati?»
«E tu come lo sai?!?»
«Perché non dovrei sapere dove abiti? Sei stata Stephie nel mio primo libro. Louise nel secondo. Adesso, sei Nola».

Sono le battute di un dialogo tra Lee, il tipico alter ego di Woody Allen, e Nola, dal film Celebrity (1998). Il grande schermo sa essere indimenticabile non solo per la vastità delle sue vedute, ma anche per come stampa certi volti (i loro sguardi e le loro parole) nella memoria del suo pubblico: per la magia di un semplicissimo primo piano.
In questo, Woody è senz’altro un valido prestigiatore: mentre affida le parole da lui scritte a Kenneth Branagh e Winona Ryder, l’obiettivo di Sven Nykvist, il direttore della fotografia, viene messo ad indugiare a lungo sul dettaglio delle loro facce. Non a caso.

Perché non è un caso?
Facciamo un passo indietro.
Se, come abbiam detto nel primo capitolo, ogni storia alleniana racconta una ricerca della bellezza, dato che questa è la stoffa profonda della vita secondo Woody, il prototipo dell’uomo autentico non può che essere l’artista. Solo l’artista conserva una piena statura umana.
L’artista in questione, Lee, è immerso nella quotidiana vita dei figli di Hollywood, quella cittadella dei sogni fondata a inizio Novecento da un pugno di avventurieri sulle lontane rive del Pacifico. Ma proprio negli anni in cui Woody entra a pieno titolo nella sua storia, gli anni Settanta, la città delle stelle è in piena, convulsa, trasformazione (per approfondire: vedi la rubrica su “Joker”).

Tra le tante novità, c’è quella di una Hollywood cosciente, per la prima volta, di avere una storia: Woody fa parte della prima generazione di creativi che fa del cinema americano (e mondiale) un oggetto di ricerca e di studio. Tanto decisivi sono certi film in rottura col passato, quanto lo è questa nuova attitudine retrospettiva. Woody è di quelli che mentre guarda con nostalgia a certi splendidi momenti del cinema che fu, non si fa problemi a dileggiarne tanti altri. Anche grazie a lui, parodia e satira diventano una della specialità della Nuova Hollywood.
Ma più che colpire certe specifiche storie o certi generi collaudati, Woody sferza le persone. Vuole essere sincero: si vede molta umana miseria, a Hollywood. A volte si è seri con la vita – e quindi con la propria opera –, ma molte altre, no. A volte si offrono scene di rara magia, altre volte solo insignificanti passatempi. È facile vederla involversi in un grande baraccone, un plateale circo, come se – effetto collaterale del costruire sogni? – l’apparenza prendesse il posto della vita, al punto di ridurre gli hollywoodiani (o i membri dello showbusiness in generale) alla triste caricatura di sé stessi.

Per un povero Lee/Woody, vivere tra queste persone non può non essere scoraggiante; inserirsi nella loro storia, per Woody come i suoi alter ego, è sempre stato problematico. Occorre imparare a distinguere, nel mare delle frivolezze, ciò che frivolezza non è.
Nei suoi film, Woody ha dato spazio all’imitazione di artisti (molto) alternativi, come Ingmar Bergman e Federico Fellini: ma in fin dei conti, per decifrare i suoi film, occorre sempre partire da qui: c’è un artista, che insegue la sua opera. Un’opera degna di questo nome, che non riduca, non minimizzi o non distragga dalle domande rivolte alla vita.
Ciò vuol dire che le sue storie appartengono ad un genere che trascende tutti i generi, un genere ancora senza nome. Ogni genere, infatti, ha la sua precisa formula: nell’horror si tratta di uccidere un mostro, nella fantascienza di disinnescare un macchinario, nell’action di vincere un combattimento, nella detective story di indagare un mistero, nel crime di acciuffare un criminale, nel thriller di indagare mentre il criminale attacca, nel mito di raggiungere la meta di un viaggio, nel fantasy di scoprire un mondo immaginario… Sì, i generi cinematografici, in ultima analisi, rientrano tutti in queste poche categorie (spesso sono il frutto di una loro combinazione).
Ma nessuno di essi è Woody Allen.

Non esiste ancora un nome per storie come le sue, “storie di artisti”. Storie i cui protagonisti cercano di conseguire non un obiettivo specifico della vita, di tagliare un dato traguardo, ma di raggiungere la vita stessa, di capirla e toccarla nella sua essenza.
È vero, i film alleniani un genere di appartenenza lo avrebbero: la love story (obiettivo: conquistare l’amato/a). Ma nel primo capitolo abbiamo detto che l’amore, per Woody, è il luogo in cui l’eterna bellezza può assumere forma. Non è mai semplicemente “amore”: è l’amore di un artista per una persona che porta in sé le tracce dell’opera da sempre sognata, che sembra incarnare quell’essenza della vita che musica, parole, immagini da sempre hanno dentro di sé e da sempre si sforzano di indicare, di evocare, di rendere presente.
Per qualche motivo, il volto di Nola conosce le parole giuste. Sa come evocarla. Perlomeno, riesce a chiarire a Lee quel che lui cerca di chiarire a sé stesso da una vita: lo fa sentire svelato a sé stesso. E con la sua “poesia” improvvisata su due piedi, in un dialogo che sembra quasi una serenata, a sua volta Lee riesce a far uscire Nola allo scoperto, a far sentire anche lei svelata dentro: «Come fai a saperlo?!?» lei gli domanda.
«Come fai a saperlo?» è una buona sintesi di quel che il cinema sa fare. «Come fa questo film a conoscermi così bene?». «Come fa il protagonista di questa storia a somigliarmi così tanto?». «Sembra quasi che gli autori di questo film sappiano chi sono. Ma come fanno?»
Quando questo accade, si può dire che il film abbia raggiunto il suo scopo. Forse che nel marcare questo momento, coi suoi primi piani, Woody stia dicendo che lo scopo del suo cinema è questo?

Rubrica a cura di Marco Maderna

<Leggi il capitolo precedente

Prossimo capitolo in uscita venerdì 27 novembre.

3 Commenti

  1. Anonimo

    “Storie di artisti che cercano..di raggiungere la vita stessa…”
    Stupendo..!

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  2. Raffaele

    Bravo Marco!
    Trovo che questo secondo capitolo vada dritto ai sentimenti che ispirano questa continua ricerca verso il compimento dell’opera e mi piace pensare che siamo tutti artisti se ci immedesimiamo nei protagonisti dei suoi film.
    Molto belle anche le foto.

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  3. Anonimo

    Mi è venuta voglia di vedere i film di Woody Allen. L’ho sempre “snobbato” perché lo consideravo cinico e noioso. E anche di guardare ai film oltre la storia, prestando più attenzione al linguaggio cinematografico, alle immagini. E non solo alle storie che raccontano. L’autore comunica una ricchezza e profondità notevoli. Forse anche per questo il linguaggio non è sempre scorrevolissimo e immediato e bisogna dedicare la giusta attenzione a leggere gli articoli, che meritano! Dà delle chiavi di lettura molto molto interessanti.

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