Capitolo 1

Joe

L’acuto fischio di un treno in corsa. Il primo piano di due piedi che indossano neri calzini rovinati. Una periferia industriale che scorre fuori dal finestrino. I piedi sono quelli di un passeggero che ha voluto mettersi comodo. In procinto di scendere dal treno guarda con soddisfazione il suo nuovo paio di lucidissime scarpe e le indossa.

Il suo nome è Joe Lampton e il dettaglio dei suoi piedi sono l’inizio, davvero poco ortodosso, non solo della storia che lo vede protagonista (La strada dei quartieri alti), ma di un’intera stagione del cinema britannico.
È il 1959 e siamo nel Regno Unito. Qui, la “ricerca dell’io”, che è la matrice fondamentale di tutta la narrativa occidentale, si svolge in modo diverso dal cinema americano, a cui siamo tutti maggiormente abituati: al di là dell’oceano, si tratta di cercare una terra promessa, una vita di rinnovata prosperità spirituale e/o materiale, con l’aiuto della perseveranza, del talento e di un pizzico di buona sorte. In terra britannica, si tratta invece di trovare il proprio posto all’interno della famiglia, della dinastia, della nazione, di una millenaria tradizione. Il problema tipicamente British non è quello di partire per costruirsi una fortuna, ma di ottenere la dovuta parte di eredità.

Ma Joe Lampton è un prototipo di uomo britannico in buona parte inedito: non è un aristocratico preoccupato di custodire il clan e la terra, e neanche un Oliver Twist in cerca di famiglia. È un arrampicatore sociale – calze rotte sotto a scarpe lucide – che vuole irretire una – anzi, due – donne di (odiata) classe più alta e prendersi così “quel che gli spetta”, libero dal sentimento di inferiorità ed esclusione che lo tormenta. Solo, di una delle due s’innamora per davvero: e il connubio tra storia “crime” (violare le “leggi” di classe ed espugnare la fortezza dei ricchi) e love story si traduce in un duello interiore in cui il vero Joe non si sa più qual è.

Questa nuova narrativa si è vista assegnare tanti nomi (più o meno sovrapponibili): kitchen sink (letteralmente: “il lavello della cucina”), British New Wave, Free Cinema Movement. E non si lascia decifrare troppo facilmente: per quanto tra i suoi protagonisti (i più noti sono gli interpreti: Richard Burton, Julie Christie, Albert Finney, Anthony Hopkins, Vanessa Redgrave) ve ne siano di politicamente schierati, ad interpretare il fischio di treno che la inaugura come l’onda in arrivo della lotta di classe, i conti non tornano.
Non tornano non solo di fronte al nostro Joe, me neanche di fronte ai volti nuovi di Jimmy Porter ne I giovani arrabbiati (1959) o di Arthur Seaton in Sabato sera, domenica mattina (1960). Più che la lotta politica, il loro obiettivo (se di obiettivo si può parlare: a volte sembra di trovarsi di fronte, più che a vere e proprie storie, a semplici spaccati di società) o la lezione che devono imparare (è lì che va cercato il vero tema di una storia, la cosiddetta “morale della favola”) ha che fare con l’amore.

Forse, tra i tutti i nomi dati a questi personaggi e ai loro creatori, “Giovani arrabbiati” (Angry Young Men) è quello che li descrive meglio: c’è una strana rabbia, nel Regno Unito del 1959. A volte somiglia ad una protesta, all’ansia degli “esclusi” di soppiantare o spazzar via i “privilegiati”. Altre volte sembra un disperato desiderio di scavalcare le barriere per vivere finalmente in unità con loro: l’amore impossibile tra le due metà di una nazione. Altre volte ancora lo scontro tra classi non c’è nemmeno: si tratta, in ogni caso, di vite ai limiti dell’emarginazione, che sognano (o avrebbero bisogno) di trovare il proprio posto nella grande comunità.

In quel mare in subbuglio che è il cinema britannico degli anni Sessanta, crocevia (com’è sempre stato) di un inarrestabile scambio di contenuti, artisti e maestranze con Hollywood, oltre che transito di creativi da tutta Europa, la rabbia e le sue molte valenze trovano il loro erede.
Tra un giovane Roman Polanski in arrivo dalla Polonia, un italiano (tale Michelangelo Antonioni) intento a filmare Blow-up e un certo Stanley Kubrick giunto a Londra per produrre Spartacus (e a Londra si fermerà per molti anni), è all’opera un regista/sceneggiatore destinato a diventare il forse più importante ritrattista di volti arrabbiati: Ken Loach.

La sua tenda è da allora stabilmente piantata tra le periferie della società, il suo mondo narrativo d’elezione: ad ogni sua spedizione in quei territori, torna con un nome ed una storia diversi.
Anche lui – non ne ha mai fatto mistero – vive il cinema come militanza politica: ma più che delle tesi da esporre, dei manifesti da affiggere, agli uomini che incontra lungo le sue esplorazioni, ha domande da porre. Una in particolare: cos’è questa rabbia e come si guarisce?

Rubrica a cura di Marco Maderna

Prossimo capitolo in uscita mercoledì 25 novembre.

5 Commenti

  1. Anonimo

    Tra le tante cose, in questi articoli di Maderna, quello che mi affascina sempre é l’interrogativo finale…una porta aperta che ci invita a pensare..

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  2. Pietro

    I film di Ken Loach hanno un loro stile immediatamente riconoscibile. I personaggi sono sempre alla ricerca di un riscatto sociale. Questo suo ultimo film mi ha colpito molto perché parla di nuove forme di sfruttamento

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  3. Francesca

    Articolo come sempre interessante e pieno di spunti di dibattito! Mi sorge un dubbio: rispetto agli altri articoli, in questo si parla di un film di Ken Loach in particolare?

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    • Marco Maderna

      No, ci si riferisce alla filmografia di Ken Loach nel suo complesso. Tutta la sua produzione continua lo “studio della rabbia” iniziato nel 1959. Lo scoprirete nei prossimi capitoli… 🙂

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      • Anonimo

        Ora mi è chiaro! Grazie mille 😊

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