Capitolo 1

Un’antica profezia

Una nube di fumo e vapore invade lo schermo. Il profilo di un’automobile gialla si fa strada nella nebbia, di notte. La musica riempie le casse di un sinistro presagio. Sembra l’inaugurazione di un viaggio tra i gironi dell’inferno.

È il 1976. Il film è Taxi Driver di Martin Scorsese. L’inferno, la vita notturna di New York, quando degrado e miseria escono allo scoperto. Nulla a che vedere, sembrerebbe, col “caso” cinematografico del 2019, Joker.
Eppure, l’avventura del macabro clown noto appunto come “Joker” ha inizio proprio qui: in realtà, comincia nel mondo dei fumetti, essendo Joker uno dei volti più noti dei DC Comics, avversario del celebre eroe Batman. Ma quel che qui esploreremo è come il cinema ha fatto suo questo personaggio, fino a dedicargli un film che risuona come un minaccioso annuncio, quasi una profezia: un giorno lo incontreremo, il Joker. E ne scopriremo la forza devastante.
Vale dunque la pena fare i conti con questo personaggio, che, bisogna dirlo, e tra i più tenebrosi (ed enigmatici) mai conosciuti; e dato che un posto di rilievo nell’immaginario se lo sta già conquistando, conviene guardarlo negli occhi.

La “profezia” di cui dà notizia il film di Todd Philips serpeggia tra le pieghe della storia del cinema da tempo, facendosi sentire con insistenza proprio in quegli anni Settanta in cui entra in scena, tra gli altri, Taxi Driver, con cui Joker si pone in esplicita analogia.
In quegli anni, il contenuto e la forma del cosiddetto “cinema classico” americano sono in pieno stravolgimento. La narrativa dei decenni precedenti, abituata (anche se non sempre) a incamminare i suoi protagonisti verso un orizzonte positivo, nonché a descrivere il maligno in agguato sulle loro vie con graduato pudore, è in caduta libera. Gli eroi delle storie vengono travolti da incubi (per quanto diversi tra loro) noti come Rosemary’s Baby (1968), Il braccio violento della legge (1971), Arancia Meccanica (1971), Un tranquillo weekend di paura (1972), L’esorcista (1973), Chinatown (1974), che si fanno strada a pugni nello stomaco. Anche se non tutti sfociano in tragedia, sotto i colpi dei loro drammi esasperati il paradigma di base delle storie, intese come strade di redenzione, crolla: la porta ai cammini di dannazione viene aperta.

Si tratta di storie in parentela, più o meno stretta, coi generi crime e horror, che Taxi Driver abbina alla collocazione in un mondo narrativo di voga in quegli anni: periferie fatiscenti e luride, dove l’emarginazione regna.

Joker – all’anagrafe Arthur Fleck – è come un redivivo Travis Bickle, il tassista del film di Scorsese, tornato ad annunciare che l’ordigno innescato cinquant’anni fa è pronto ad esplodere di nuovo: entrambi (Travis e Arthur) sono trascinati in una discesa agli inferi, ed entrambi penetrano, di pari passo, nei meandri della psiche, là dove l’esperienza del male che abita il mondo esterno risuona (anzi, rimbomba) nelle caverne di quello interiore. Al punto da generare vite per le quali – questo è l’antico presagio – il male, misteriosamente, diventa più attraente del bene.

È anche in virtù della priorità data, anziché a conflitti inter-personali, a conflitti intra-personali (nell’intimità della persona) che Joker si pone come diretto erede della prima grande irruzione del cinema post-classico (Scorsese in particolare): ad andare in scena, più che la New York vera e propria (Taxi Driver) o l’immaginaria Gotham City (Joker), sono i tormentosi fantasmi da esse evocati o risvegliati. Tanto che, in Taxi Driver, il paesaggio urbano si smaterializza e lo schermo viene dipinto di macchie di colore informe, brandelli di luce.

Joker (no, la presenza di Robert De Niro nel cast non è un caso) è in relazione anche con altre due pellicole di Scorsese, Toro Scatenato e Re per una notte. Ma ciò che accomuna le numerose citazioni contenute nel film – ciascuno può cimentarsi a trovarne qualcuna – è la loro appartenenza ad una narrativa cinematografica, alternativa a quella più tradizionale, che di quest’ultima ribalta i presupposti. Se la domanda sottesa ad ogni storia è «Cos’è l’uomo?», la domanda che ha sfondato a gamba tesa le porte del cinema negli anni Settanta ne è il perfetto rovescio: «Cosa NON è uomo? Quando l’uomo cessa di essere tale e si trasforma in un mostro? Qual è la linea di confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è?»; «Cos’è un mostro?».
A giudicare dagli spettatori ottenuti, pare che Todd Philips, nello spalancare di nuovo la breccia aperta cinquant’anni or sono, e nel farlo tramite le fattezze di un “banale” cattivo di un fumetto qualunque, abbia fatto centro. Ha intercettato segnali allarmanti del nostro tempo.
Perciò: chi è questo terribile clown? Come e perché è tornato a riprendersi la ribalta?

Rubrica a cura di Marco Maderna

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8 Commenti

  1. Anonimo

    Avevo letto una recensione su Joker, ma non era andata così in profondità..e soprattutto non ci aveva aperto la strada ad analogie con film precedenti, in maniera così magistrale…
    Grazie all’autore di questo articolo..!

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  2. Carlo

    Ho avuto la fortuna di vedere Joker sul grande schermo in lingua originale, perché solo così si può gustare ogni singola smorfia e risata (patologica) del nostro protagonista. Il “problema” di questo film è che col cattivo si entra facilmente in empatia, perché viene dipinto come una vittima del sistema e in un certo senso ci attrae la sua violenza senza freni, giustificata dalla malattia mentale. Si resta allo stesso tempo affascinati e sbigottiti da questo Joker, magistralmente interpretato da un Joaquin Phoenix in forma “stupefacente”, nel senso che deve aver assunto qualche droga per essere così fuori di testa 😉

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    • Marco Maderna

      Sì, lo scopo di storie come questa è quella di mettere in evidenza come non è né scontato né ovvio che una persona trovi il bene preferibile al male. O, in altre parole, sembra esserci più bene nel male che non nel bene stesso. Il come e il perché questo accade è quello che “Joker” vuole indagare, in modo da riconoscere la vera natura del problema, andare a colpirlo alla radice. Ma è chiaramente un’operazione più che delicata: le (prevedibili) polemiche non si sono fatte attendere. Avremo parecchio di cui parlare la sera della proiezione 🙂

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    • Pietro

      Joker è uno dei film che ho più apprezzato. Il disagio sociale che sfocia nella malattia mentale sono un tema attuale che non va sottovalutato.. Nell’articolo scrivi che la presenza di Robert De Niro non è casuale, potresti approfondire?
      Sicuramente in questo film c’è molto da svelare.
      Bell’articolo.

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      • Marco Maderna

        Robert De Niro è il protagonista sia di “Taxi Driver”, sia di “Toro Scatenato”, sia di “Re per una notte”, che sono i tre film di Martin Scorsese citati. Oltre al parallelismo con “Taxi Driver” ce n’è uno anche con gli altri due film: in “Toro Scatenato” il pugile Jake La Motta si ritrova, ad un certo punto della vita, a fare il comico; e Rupert Pupkin di “Re per una notte” è un aspirante comico anche lui. L’Arthur Fleck di “Joker” è un altro aspirante comico: il suo modello di riferimento è un conduttore tv interpretato da Robert De Niro.

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  3. Andrea

    Penso di essere uno dei pochi a non aver ancora visto Joker, non vedo l’ora di poterlo gustare al cineforum quando riapriremo. Conosco il personaggio per aver letto comics, con Joker protagonista., Sicuramente uno dei nemici di Batman più intriganti e complessi. Ottimo articolo Marco!.

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  4. marisa

    Bravi ragazzi del Cineforum che ci fate compagnia ,,apprezzo molto la scelta dei film e i vs articoli -grazie

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    • Il consiglio del Cinecircolo

      Cerchiamo di mantenere viva la nostra passione per il grande cinema, con la convinzione che questi articoli ci avvicinano alla serata della proiezione con gli strumenti di conoscenza che aiutano la nostra comprensione. Grazie per il commento.

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