Capitolo 1

Compagni di strada

1979. Sugli schermi d’America, le note di Rapsodia in blu di George Gershwin risuonano sul bianco e nero di panorami e scorci di Manhattan: il profilo dello skyline, le strade innevate, le chiome degli alberi di Central Park. A chiudere, le sagome nere dei grattacieli immersi nella notte vengono sormontate da fuochi d’artificio, spruzzi di luce bianca che a volte abbagliano l’intero schermo, intermittenti, fulminei. Quasi un dipinto astratto: pure forme e puri colori.

Se pensate che i film di Woody Allen non siano roba da grande schermo, vi sbagliate. Manhattan e la sua sequenza d’apertura sono solo un esempio di quanto il buon Woody ami dare volto (immagini) e voce (colonna sonora) a quella bellezza senza tempo che è uno dei tratti caratteristici del suo cinema: un respiro quasi epico, sospeso a metà tra il fisico e il metafisico, per storie che sono quasi sempre, tra le altre cose, semplici love stories che di epico (cioè di impatto nazionale o mondiale) non hanno nulla.

Ma per Woody l’amore e le sue imprevedibili complicazioni – i suoi protagonisti/alter ego sono celebri per i loro complessi e garbugli interiori – procedono di pari passo con la ricerca dell’eterna bellezza. Tanto che, come accade in Manhattan, lui stesso si domanda se il suo dramma non sia di natura più esistenziale che psicologica. O viceversa. O entrambe le cose.
Dev’essere proprio questo “culto della bellezza” la ragione degli omaggi (anch’essi frutto di un amore tormentato) che Hollywood, malgrado tutto, gli ha sempre tributato. D’altronde, la stoffa profonda di quei pionieri che a inizio Novecento hanno voluto erigere una cittadella dei sogni ai margini dei deserti della California, la linfa da loro iniettata nel cinema americano, sembra proprio quella di un non meglio identificato ideale (anche) estetico cui conformare la vita. Forse non gli piacerà sentirlo dire, ma il buon Woody, volente o meno, fa comunque parte di questa lunga storia.

Tuttavia, la sua avventura prende il volo negli anni 70, che per il cinema americano sono un decennio di cambiamenti impetuosi, giunti (quasi) come fulmini a ciel sereno, tanto sul fronte dei contenuti quanto su quello dello stile. In questi anni, la città dei sogni comincia a mettere in scena veri e propri incubi, che alterano e diversificano non poco il panorama delle produzioni realizzate fino a quel momento.
È in questo scenario di grandi novità, noto come “Nuova Hollywood”, che lo smilzo e occhialuto Allan Königsberg – questo il suo vero nome – propone un bianco e nero d’altri tempi, nonché la musica orchestrale di un padre del vecchio musical. E anche lui, col suo tratto inconfondibile, viene riconosciuto come una delle grandi novità in questione.

Più che lo humour sofisticato o la sconfinata cultura, ci piace pensare che la vera ragione dell’impronta piccola (quanto a pubblico) ma profonda (quanto a marchio caratteristico) da lui lasciata sia proprio la testimonianza, fatta di suoni ed immagini, del suo amore inguaribile per certe meraviglie che s’incontrano nella vita, per le note inconfondibili di certi compositori, per le parole indimenticabili dei grandi poeti (da scolpire nel sangue i versi di E. E. Cummings citati in Hannah e le sue sorelle). Senza di queste, la vita, della quale Woody non ha comunque mai avuto un’opinione troppo positiva, sarebbe del tutto vacua.
Per lui, l’oggetto di una relazione autentica non può che essere la comune ricerca della bellezza. E la bellezza, a sua volta, parrebbe destinata a restare pura idea, lontano miraggio, se non si facesse contenuto di un rapporto tra esseri umani. In Manhattan, sono ben tre le donne in cui il protagonista-Woody cerca il partner ideale con cui condividere la sua meraviglia e le sue esplorazioni. Forse tra di loro si nasconde quella giusta. Forse. Forse sì. Forse no.

La domanda centrale che percorre le storie alleniane, incluso l’ultimo Un giorno di pioggia a New York, sembra essere questa: come si fa a trovare la compagnia desiderata? Come la si riconosce? Che volto ha l’autentico compagno di strada?

Rubrica a cura di Marco Maderna

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9 Commenti

  1. Anonimo

    Un bellissimo profilo per un Woody Allen come non ve l’hanno mai raccontato. Bravo, bravissimo!

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  2. Laura

    Interessante! Non ho potuto non pensare al dialogo con Hemingway sull’amore in Midnight in Paris

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    • Anonimo

      Bellissimo…l’amore inguaribile per certe meraviglie della vita…per note inconfondibili..per parole indimenticabili…
      Un articolo di grandissimo livello…

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  3. Carlo

    Bellissimo profilo di Woody Allen, regista da tutti dipinto come cinico, nevrotico e pessimista, qui invece appare il suo lato positivo, nonostante tutto, sempre alla ricerca della bellezza dentro un rapporto di coppia.
    Manhattan mi manca, mi tocca recuperarlo…

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    • Marco Maderna

      Credo che Woody Allen sia da sempre indeciso tra le due posizioni: oscilla continuamente tra incanto e pessimismo. E i suoi film potrebbero non essere “tutti uguali” come si dice. Hanno strutture narrative e temi ricorrenti, non c’è dubbio, ma le conclusioni che traggono non sono così equivalenti, la sua posizione verso la vita non così univoca. Anzi.

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  4. Raffaele

    Un genio innamorato della vita. Un gusto estetico formidabile e un marchio di fabbrica inconfondibile che ogni volta ci regala musica, immagini e ambientazioni che ci fanno sognare

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    • Raffaele

      Per me New York è quella dei film di Woody Allen e Spike Lee

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  5. Chiara

    Grazie per questo nuovo insight alleniano. Non vedo l’ora di rivedere lo skyline di Manhattan e percorrere le sue lunghe vie con Woody come compagno di strada…

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  6. Pietro

    “Per lui, l’oggetto di una relazione autentica non può che essere la comune ricerca della bellezza. E la bellezza, a sua volta, parrebbe destinata a restare pura idea, lontano miraggio, se non si facesse contenuto di un rapporto tra esseri umani.”

    In questa frase si riconosce il suo fare cinema che ci coinvolge perché in qualche modo ci corrisponde nella nostra stessa ricerca.

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